L’abbandono dei neonati, o il fenomeno degli “esposti”, rappresenta una delle pagine più dense di umanità e al contempo di tragedia sociale della storia italiana. Tra l’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’Italia deteneva uno dei tassi di abbandono più alti d’Europa, un sistema complesso regolato da istituzioni caritatevoli e norme giuridiche in continua evoluzione.
L’abbandono non era quasi mai una scelta di disinteresse, ma una strategia di sopravvivenza estrema. Secondo le analisi di Mariagrazia Corni*, le cause principali nel periodo post-unitario (1861-1900) erano:
- Miseria estrema: L’impossibilità economica di nutrire una bocca in più.
- Illegittimità: Lo stigma sociale legato ai figli nati fuori dal matrimonio (i “figli del peccato”).
- Morte della madre: Spesso durante il parto, lasciando il padre incapace di gestire un neonato.
Il simbolo indiscusso di questo fenomeno è la Ruota degli Esposti. Si trattava di un cilindro di legno girevole inserito nel muro di ospedali o conventi. La madre deponeva il bambino all’esterno, suonava un campanello e faceva girare la ruota; all’interno, il personale prelevava il piccolo garantendo l’anonimato totale.
Una volta accolto, il bambino veniva registrato. Spesso le madri lasciavano dei “segnali” (metà di una medaglietta, un nastrino, un pezzo di carta scritto): erano prove di identità nella speranza, raramente realizzata, di poter un giorno riscattare il figlio.
L’assegnazione finale seguiva un percorso preciso:
- Balie interne: Per il primo nutrimento.
- Balie esterne: Il bambino veniva affidato a donne di campagna che ricevevano un sussidio statale per l’allattamento.
Il destino: Al termine dello svezzamento, i maschi venivano spesso avviati ai lavori agricoli o artigianali, mentre le femmine rimanevano in istituto o venivano dotate per il matrimonio. L’adozione, come la intendiamo oggi, era rara; si trattava più spesso di un affido lavorativo.
La Ruota: Storia e Legislazione
- Periodo Pre-Unitario: In molti stati (come il Regno delle Due Sicilie), la ruota era considerata uno strumento di carità cristiana essenziale per prevenire l’infanticidio. Era capillarmente diffusa in ogni centro urbano.
- Periodo Post-Unitario (1861-1900): Con l’Unità d’Italia, come evidenziato da Corni, il dibattito si fece serrato. La ruota iniziò a essere vista come un incentivo all’irresponsabilità dei genitori e un peso insostenibile per le finanze pubbliche.
- Regolamento Giolitti (1875): Iniziò a spingere per la chiusura delle ruote, sostituendole con gli “uffici di consegna”, dove la madre doveva dichiarare la propria identità (seppur protetta) per ottenere assistenza.
- Chiusura definitiva: La soppressione formale delle ruote avvenne gradualmente, concludendosi ufficialmente solo con il Regolamento del 1923, sebbene molte fossero già state murate a fine Ottocento.
L’Identità Negata: Logica del Nome e del Cognome
L’assegnazione del nome e del cognome agli esposti era un atto di creazione d’identità “ex nihilo” che rifletteva la cultura e i pregiudizi dell’epoca. Come documentato da Marco Lenci*, le logiche erano diverse:
- Il Nome veniva spesso scelto in base al santo del giorno del ritrovamento.
- Il Cognome invece seguiva diverse matrici:
- Origine geografica o fisica: Della Ruota, Esposto, Degli Innocenti, Ospitalieri, Del Pio Luogo o venivano utilizzati nomi di città in base al luogo di nascita o di abbandono.
- Cognomi Beneauguranti: Nel tentativo di cancellare lo stigma, venivano dati cognomi come Ventura, Fortuna, Speranza, o il celebre Casadei (casa di Dio).
- Altre modalità potevano variare anche in base alla provincia, ad esempio a Vicenza per un periodo ai mesi dell’anno furono assegnate delle lettere che avrebbero rappresentato l’inizio del cognome imposto al trovatello.
- Talvolta gli ufficiali di stato civile assegnavano cognomi fantasiosi, bizzarri o legati a oggetti presenti nell’ufficio (es. Tavolino, Carta), creando situazioni di disagio sociale per il bambino una volta cresciuto.
Solo con il Regio Decreto del 8 maggio 1927, n. 798 si ebbe un punto di svolta cruciale che stabilì che l’ufficiale di stato civile dovesse assegnare a questi bambini nomi e cognomi che non ne rivelassero l’origine naturale (cioè la nascita fuori dal matrimonio) né lo stato di abbandono.